Serie tv

Jan Ullrich, una docuserie per raccontare il talento e le cadute del Kaiser

15 Set 2023

di Paolo Arrivo

Sui pedali esprimeva una potenza devastante. Bello da vedersi, quando faceva il corridore, Jan Ullrich: lo ricordiamo nei duelli con Lance Armstrong, in particolare, con uno stile opposto a quello dell’americano – in salita o in pianura, lui spingeva il rapportone, riuscendo ad attaccare restando seduto. Tanto forte fisicamente quanto incostante. Si pensi ai già noti problemi di peso, poi a quelli legati agli stravizi, al consumo di whisky e cocaina negli ultimi tempi, che lo hanno fatto sprofondare nel baratro. La storia del Kaiser è raccontata in una docuserie che uscirà nelle prossime settimane su Amazon Prime Video. Le quattro puntate in uscita il 28 novembre si intitolano “Der Gejagte” (La preda).

Le debolezze dell’uomo Jan Ullrich

“Sarebbe sbagliato dire che non ho ingannato nessuno, ma oggi ho fatto pace con il mio passato. Gli spettatori, i tifosi, le persone comuni che vedranno il documentario potranno mettersi un po’ nei miei panni e pensando a questo oggi mi sento più leggero”. Così il protagonista ha commentato la docuserie che gli è stata dedicata per il piccolo schermo. La stessa, preannunciata sui social proprio da Jan Ullrich, uscirà a pochi giorni da un traguardo esistenziale che sta per tagliare l’ex ciclista. Il prossimo due dicembre infatti compirà cinquant’anni. La stessa età di Fabio Cannavaro, raggiunta nelle scorse ore dal pallone d’oro, che dopo aver lasciato il calcio giocato, ha scoperto proprio la bici – una compagna di vita, l’ha definita. Mezzo secolo di imprese e di cadute, per Jan Ullrich. I suoi problemi di salute cominciarono nell’estate 2010 quando fu ‘preda’ di una malattia da stress, la sindrome da burnout. Gli anni più difficili lo hanno portato a rischiare la vita. “Non stavo per nulla bene. Facevo uso di molta cocaina, bevevo whisky come se fosse acqua”, ha ammesso l’uomo che, per combattere la dipendenza, è stato costretto al ricovero in una struttura. La rinascita è un cammino lungo e difficile. È come una salita ripida: non il terreno ideale di un possente passista-cronoman, che alla fine del 2021 ha avuto una ricaduta con l’alcolismo; ma che ha la forza, anche la spinta del pubblico, di chi gli vuole bene, per arrivare in cima all’asperità più dura.

Il corridore

Jan Ullrich avrebbe potuto vincere molto di più se avesse fatto sempre la vita del corridore. Non gli piaceva farlo in inverno, invece, quando si allenava poco e ingrassava a dismisura. Il vincitore del Tour de France 1997 ha dimostrato di possedere un gran motore. Al punto che avrebbe potuto fare a meno del doping, piaga dello sport, di diverse discipline, e non solo dell’iper controllato mondo del ciclismo. Coinvolto nell’Operacion Puerto del medico spagnolo Fuentes, si è visto revocare i risultati ottenuti dopo il maggio 2005, perché dichiarato colpevole dal Tribunale Arbitrale dello Sport. Oltre alla Grande Boucle il tedesco nativo di Rostock ha vinto, tra l’altro, la Vuelta nel 1999; due ori mondiali nella prova contro il tempo a Verona ’99 e Lisbona 2001, l’oro nella gara in linea delle Olimpiadi di Sydney 2000. Il suo rapporto con il Giro d’Italia non è stato felice. Vi prese parte, infatti, solamente due volte, senza ottenere risultati: nel mese di maggio, quando si tiene la corsa rosa, il corridore aveva da smaltire i chili di troppo accumulati nei mesi in cui non ci sono corse. Riuscì comunque a vincere una tappa a cronometro nel 2006. Poco prima di annunciare il ritiro.

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