Festa del Carmine, l’omelia dell’arcivescovo per l’apertura della porta santa e la consacrazione del nuovo altare

Un importante momento nella storia dell’arciconfraternita e della chiesa del Carmine, quello vissuto lunedì sera con l’apertura della porta santa per l’inizio dell’anno giubilare, concesso dal santo padre per i 350 anni del sodalizio e per la consacrazione del nuovo altare. Sotto quest’ultimo, ricordiamo, è stato incastonata l’antica colonna sulla quale tradizione vuole che l’Apostolo Pietro, in compagnia di Marco, abbia celebrato l’Eucarestia e consacrato il primo vescovo di Taranto. Nell’altare, inoltre, sono state poste le reliquie dei santi San Giovanni Crisostomo, San Gregorio Nazianzeno, Santi Cosma e Damiano, Sant’Elena imperatrice (donate dal rev. archimandrita padre Paolo Lombardo, dell’Ordine dei Mendicanti del Santo Assisiano, postulatore delle cause dei santi) e di Santa Teresa d’Avila, donata dal confratello Daniele Lo Cascio.

Alla celebrazione hanno presenziato le maggiori autorità cittadine, tra cui il sindaco Rinaldo Melucci e il prefetto Paola Dessì. “Quello che stiamo compiendo, la consacrazione dell’altare, è un rito antichissimo – ha detto l’arcivescovo mons. Ciro Miniero – che richiama il cammino di fede del popolo d’Israele nella risposta alla bontà di Dio. Abbiamo ascoltato nella prima lettura come Giosuè guida il suo popolo (comunità legata soprattutto al mondo dei pastori) che inizia ora a vivere la propria stabilità in una terra propria in una esperienza unica. Questa esperienza è segnata da segni particolari della sua fede giovane, quella in Dio che si è rivelato presente nel dinamismo del suo popolo. Il segno chiave della presenza di Dio è l’accoglienza da parte del popolo del Suo amore che si era manifestato nella consegna delle leggi. Ciò aveva permesso ad Israele di costituirsi come popolo, un popolo in crescita e in cammino”.
“Quindi ecco un altare dove venivano conservate le Parole della Legge, segno dell’incontro tra Dio ed il suo popolo – ha proseguito mons. Miniero -Infatti, sull’altare venivano offerti i doni al Signore, in riconoscenza della liberazione dalla schiavitù, affinché Israele potesse camminare come gli altri popoli, vivendo in tensione tra il Cielo, in ascolto di Dio, e la terra. L’altare nella storia di Israele continuò ad essere un luogo d’incontro e di conoscenza. L’uomo ringrazia Dio, bruciando l’incenso sull’altare, su cui inizialmente veniva sparso il sangue degli agnelli, dei capri, dei buoi, cioè di animali che sono posti al suo servizio”.
“Nel Vangelo che abbiamo ascoltato – ha continuato – dalla donna samaritana viene posta una domanda che rimanda alle tante divisioni interne allora vissute da Israele, tra nord e sud (la storia sempre si ripete), tra quelli che non riconoscevano l’Antico Tempio sul monte Sion e quelli fedeli alla tradizione. La samaritana chiede infatti dove dovrà adorare Dio. E Gesù risponde: ‘Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano’. Queste parole ci fanno fare un passo in avanti perché ci chiedono di conoscere Colui che è altare, vittima e sacerdote. Lui è sceso in terra per dire all’umanità quello che ha ascoltato dal Padre, per entrare nella vita stessa di Dio, per entrare nel punto di incontro dell’azione umana”.

“Ora è Gesù stesso l’altare in cui è celebrata la vita – ha riferito – potremmo dire che il Signore ci scombussola, perché è più facile credere che attraverso un gesto automaticamente si realizza una volontà, anziché il contrario, cioè, entrare nello spirito di verità del figlio di Dio che ci rivela un Amore che richiede di essere altrettanto amato per poter vivere in unità con il padre e con i fratelli. Ditemi voi se non è più complicato! È più facile che io faccia un pellegrinaggio di 10 km a piedi, anziché cambiare vita, ma non per opera nostra ma per la grazia. Ecco cosa ci chiede Gesù. L’apostolo Paolo dice chiaramente alla comunità di Corinto che, quando ci nutriamo del pane e ci abbeveriamo a quel calice, stiamo entrando nella vita di Dio. Questo ci permette di fare della Sua vita la nostra, a patto che non opponiamo resistenza”.
“Non dobbiamo continuare a ragionare come chi è senza fede, ma agire secondo il cuore di Dio. Noi dobbiamo continuamente trasformare la nostra vita in quel pane e in quel vino di cui ci nutriamo per essere segno di amore per l’umanità, perle preziose da offrire all’umanità intera come segno della bellezza di Dio – ha detto – Allora non si tratta di creare eventi, ma di donare se stessi. Solo così comprendiamo che il sacrificio fa onore alla vita cristiana perché diamo la vita come Cristo – ha evidenziato. Pensiamo per esempio a San Pio da Pietrelcina che ha trasformato la sua vita per ascoltare i poveri, assumendo a tal punto la vita dei fratelli da diventare come Cristo attraverso il dono delle stimmate. Tutto questo lo possiamo dire per ogni persona che agisce in questo modo. Ecco perché noi veneriamo le reliquie dei santi e dei martiri”.
“A breve il vescovo ungerà l’altare con il Sacro Crisma, perché questo altare, come tutti gli altri, è Cristo. I Padri della Chiesa hanno scritto pagine stupende proprio nel descrivere il senso dell’altare nella vita della comunità. Attenzione che non è più l’altare dell’Antico Testamento, ma rappresenta la vita stessa di Cristo, anzi per noi è altare, vittima e sacerdote perché sull’altare si compie il sacrificio di Cristo sulla croce. Ricordate poi che c’era un altare preconciliare che certamente era diverso da questo post conciliare, che è stato realizzato così bene. Il ciborio infatti è posto al centro per parlare proprio attraverso il segno di una presenza viva di tutta la comunità, visibile da tutte le parti e contiene le reliquie dei santi”.
“Oggi – ha concluso – poniamo questo adeguamento liturgico, il segno dell’altare, perché questi segni continuino a parlare a noi anche in assenza di celebrazione, continuano a ricordare che il Signore è sempre presente, perché possiamo vivere del suo Amore. Tutto questo lo dobbiamo vivere nelle opere di carità, di verità e di giustizia. Accogliamo questo dono perché possiamo esprimere nella nostra vita l’incontro con il Signore, portarlo nel cuore. Egli ci aiuti ad essere suoi testimoni e comunicatori della sua grazia”.
Infine martedì sera, 16 luglio, centinaia di confratelli e consorelle hanno partecipato alla grande processione della Titolare che, fra due ali di folla, ha percorso le vie del Borgo. Dopo il suggestivo spettacolo pirotecnico dagli spalti del castello aragonese, il rientro è avvenuto in tarda serata. In piazza Carmine, straordinariamente gremita, con la grande immagine della Madonna proiettata sui teloni dell’’eterno’ cantiere di Palazzo degli Uffici (ma si può sapere quando riprenderanno i lavori?), il parroco e padre spirituale dell’arciconfraternita mons. Marco Gerardo ha guidato un momento di preghiera. Al termine egli ha impartito la solenne benedizione ribadendo che anche con la partecipazione alla processione è stato possibile ottenere l’indulgenza plenaria concessa dal santo padre per i 350 anni del sodalizio.
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