Don Alessandro Giove: “Mi hanno sorpreso la disponibilità e la generosità del cuore dei grottagliesi”

Don Alessandro Giove è l’amministratore parrocchiale che l’arcivescovo Ciro Miniero ha scelto per la parrocchia della Madonna del Carmine di Grottaglie, dopo la nomina di don Ciro Santopietro parroco di Sant’Antonio in Taranto. Nella festività dell’Immacolata don Alessandro ha celebrato la messa presentandosi ai nuovi parrocchiani, che lo avevano già conosciuto in un precedente incontro di catechesi, voluto da don Ciro. Lo abbiamo incontrato per una breve intervista.
Le vie del Signore sono misteriose. Ti ritrovi a Grottaglie come tappa della tua missione e forse non te l’aspettavi. Come hai vissuto questo passaggio?
Innanzi tutto con grande stupore e trepidazione. Perché non aspettavo minimamente né un trasferimento né tanto meno una convocazione per questa sede. L’ho accettata come una missione. D’altronde ho sempre accettato le varie responsabilità che gli arcivescovi mi hanno dato, sempre con grande disponibilità e anche prontezza. Sapendo che la Chiesa è una e noi siamo chiamati a lavorare per il Signore e la sua Chiesa senza chiuderci in orti o in orticelli. Sono arrivato e sono rimasto ancora più sorpreso per la disponibilità, la generosità del cuore di questa gente. Giovedì 21 novembre l’arcivescovo al mattino mi comunicava questo trasferimento e alla sera don Ciro, con un tratto molto delicato, mi invitata a essere presente alla catechesi degli adulti, che poi in fin dei conti è stata soprattutto una presentazione. Lietamente sorpreso di leggere sul volto della gente quel senso di gratitudine al Signore per il dono di un altro sacerdote, a sottolineare anche la ricchezza della provvidenza e la benevolenza del Signore… Però sta di fatto che un po’ di ansia ce l’ho.
Lo sapevi che questa parrocchia era un crogiolo di vocazioni sacerdotali?
Sapevo che la città di Grottaglie era una fucina di vocazioni, ma che in maniera particolare lo fosse proprio questa parrocchia no. La considero uno scrigno, quasi un forziere delle vocazioni.
Avverti anche la responsabilità di questo?
Certamente sì. Anche se ho già avuto esperienza di vocazioni nelle parrocchie in cui ho svolto il mio ministero. Una tra le figlie della carità di madre Teresa di Calcutta quando ero parroco a Faggiano, l’altra ancor prima di un francescano tra i giovani che venivano a confessarsi da me e col quale ci si intratteneva in conversazioni. Adesso la paternità spirituale è ancora più forte, più grande. Ci sono tre giovani seminaristi al seminario maggiore, dei quali i più grandi, Samuele e Roberto, ormai in dirittura d’arrivo, poi lo segue Cristian, mentre Pierpaolo è al seminario minore. Ma c’è anche un altro Pierpaolo che è tra i paolotti a Paola. Insomma: una situazione sorprendente.
Quanto è difficile oggi essere preti, ancor più per i giovani che devono fare i conti con una società ormai in gran parte scristianizzata?
Non è mai facile, ma uno dei vari segreti, a mio avviso, è dato dalla forte intimità con Cristo, se c’è questa intima relazione si ha la certezza di non naufragare anche se le tempesto non mancheranno! Poi bisogna saper fortificare la propria umanità, quindi: l’aspetto psicologico, l’aspetto affettivo. Inoltre, è necessario nutrire delle sane relazioni presbiterali perché è ricorrente il rischio, a causa degli impegni, di isolarsi. Nel momento in cui ci isoliamo possiamo essere preda di tanti lupi di cui il mondo è fatto. Preghiera e intimità con Cristo.
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