Quel Dio che si incarna nella fragilità

È un intreccio di solidarietà quello che ha reso un po’ meno delicata la vita di tre ammalati, a Padova, L’Aquila e Bologna. È un donatore anonimo, o come si dice di solito, un donatore samaritano, la persona che ha deciso di donare un rene per “senso di gratitudine alla vita”. Sa di Natale e, di straordinario, la storia raccontata nei giorni scorsi dalla maggior parte degli organi di informazione e dalla intera stampa. I primi pensieri e i primi auguri di buon Natale al donatore e ai riceventi, nella speranza che sia, per loro, una vera, grande festa. Ma Natale è la festa di tutti, è la festa per tutti. È la festa universale, per i credenti e anche per chi non crede, o crede di non credere. Ed è “speranza” la parola chiave che guida, dalla apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, il giubileo ordinario numero ventisette nella storia della Chiesa. Nel convincimento – che si spera sia comune o, meglio, universale – di concedere che il suo significato più autentico abbia un po’ di spazio nell’anima e nel cuore di ciascuno, in ogni famiglia, in ogni angolo del mondo, in tutti gli uomini. Senza la speranza o senza una speranza come può pensare la propria esistenza chi vive immerso nella solitudine, chi è nella malattia, chi è nella sofferenza, nelle varie situazioni tragiche, comprese le conflittualità e le guerre? La speranza è che il Natale sia fonte di luce, di una piccola grande luce. O, come pregava il santo di Assisi, “illumina le tenebre de lo core mio”. Anche se nel nostro tempo è una festa che rischia di essere interpretata come fatto commerciale o turistico, rimane comunque la percezione che sono gli affetti famigliari, innanzitutto, che si sentono coinvolti. Non è una festa come le altre, come tante altre. Ha qualcosa di speciale. Sarebbe bello che tutti ci fermassimo per un momento a meditare sul mistero del Natale. No, non è la festa di compleanno di un uomo crocifisso duemila anni fa. È la Incarnazione, vera, autentica, reale, attuale, è il momento in cui la seconda persona della Trinità, il Figlio di Dio, diviene carne e nasce dal grembo di una donna, la Maria Vergine. Ed è segnato da quella piccola luce. In tutte le tradizioni, occidentali e orientali, il simbolo di quella luce, nella notte di Natale, rimanda all’istanza di verità che è per tutti vivere secondo coscienza: la fiamma dello Spirito Santo. La notte di Natale nasce Gesù e questa esplosione della luce ha una caratteristica precisa: si annuncia nella forma di un bambino. Non di un adulto, ma di un bambino appena nato, indifeso, fragile e debole, in tutto e per tutto. Nasce come un dono. Ma, prima di tutto e più di tutto, nasce per farsi accogliere, per lasciarsi ospitare. È un bambino di una famiglia che sta migrando, perché composta di rifugiati. Come racconta il capitolo secondo del Vangelo di Matteo, una famiglia obbligata ad abbandonare la propria terra per salvarsi dalla persecuzione. In quel tempo, non esistevano le norme attuali sui rifugiati. Perciò, nessuna forma di sostegno per la piccola famiglia di Gesù. Più avanti, nello stesso Vangelo, è Gesù che descrive il comandamento della ospitalità. Una vera contrapposizione fra la legge divina e le leggi umane. Di qui l’eterno mistero del Natale, di ogni Natale. Una incarnazione che è tutta fragilità, non come un guerriero che impone la legge della forza. Quel piccino nasce, invece, nella fragilità, nella insicurezza, in una mangiatoia, in una stalla, da profugo, da migrante, da rifugiato. La sua è quella fragilità che sconfigge le tenebre senza contrapporsi o combattere le tenebre. È il grande segno, anche rispetto ai tempi che sta vivendo tutta l’umanità, con le guerre, con i conflitti e con le contrapposizioni a fare la parte dei padroni. Viene al mondo senza armi, senza protezioni, senza difese. Non è il Dio degli eserciti che nasce nel tugurio di Betlemme. E che cosa emerge da questo modo di porsi della luce? Emerge che il vero, il buono, il giusto, il bello non si impongono mai con la forza, con la potenza, ma solamente donandosi. Senza nemmeno la contrapposizione alle tenebre del falso, dell’ingiusto, del cattivo, del brutto. No, è la affermazione del dono sul presunto possesso. Non è il mio, il tuo, il nostro. Ma è per tutti, proprio per tutti. Ogni presunta verità, se dotata di armamenti, è sempre e comunque perdente. Perché attraverso l’armarsi si insedia e prende posizione il negativo, il male, ogni pretesa elitaria. Le cose vere, buone, giuste, belle, invece, hanno sempre il vestitino dell’innocenza, della semplicità di un bambino. Così come i bambini non vedono i pregiudizi, non vedono le tenebre dei pregiudizi, così è la luce che risplende e ci riscalda nella notte di Natale. Gli stessi bambini che ci sono nel Vangelo, “se non ritornerete come bambini”. La luce di quel bimbo nasce inerme e indifesa e vince senza lottare, senza combattere, perché non vede chi combattere. Perché è in pace con tutti. Non è il compleanno di un uomo morto: quello che si celebra è il dono di quel bimbo che viene al mondo per salvarci, quello che si glorifica è lo splendore della luce scaturente dalla innocenza di quel bambino che nasce.
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