Sabbie rosse, di sangue

Adesso che una fragilissima tregua è stata raggiunta, che cosa fare con Gaza? Le fantasie abbondano. Quella di Hamas, senza dubbio, è di ricominciare tutto da capo e di andare avanti come se nulla fosse successo. Lo provano le diverse sceneggiate che stanno accompagnando il rilascio degli ultimi superstiti della mattanza del 7 ottobre. Uno show insieme irreale e sadico, con quelle povere ragazze costrette a sorridere davanti alle telecamere, dopo quasi cinquecento giorni passati in balìa di rapitori, capaci di congedarle con un piccolo souvenir, ricordo della prigionia. Sul versante opposto, metà governo Netanyahu preme perché la Striscia torni allo status di colonia di Israele. Proprio come era prima del ritiro nel 2005 dei militari e dei coloni israeliani e del breve periodo in cui è stata sotto il governo della Autorità nazionale palestinese, scacciata da Hamas nel 2007. Fra questi due opposti, si colloca l’idea di Trump di ‘ripulire’ la scena, ricollocando altrove i circa due milioni di abitanti di Gaza. E ciò per permettere di ricostruire quel corridoio lungo quaranta chilometri e largo poco più di dieci ridotto, ormai, a una infinita distesa di rovine. Si tratta di una idea irrealizzabile e su cui la promessa di ‘mettere fine alle guerre’ è destinata a fallire. Nessuno è o sarà disposto a prendersi quei disperati, inclusi i favoreggiatori di Hamas e di altre formazioni terroristiche palestinesi. Non è e non sarà così folle dal farlo la Giordania di Abdullah, che ha già escluso qualsiasi disponibilità in tal senso. Idem, l’Egitto di Al Sisi. Entrambi i Paesi verrebbero destabilizzati da un esodo che, oltre a portare un pericolo umanitario e sociale, li esporrebbe al rischio di un contagio fondamentalista. Lo stesso a cui è sfuggito, dodici anni fa, l’Egitto, a un soffio dal cadere nelle mani del fondamentalismo sotto la presidenza del leader dei Fratelli Musulmani, Morsi, deposto da un golpe militare guidato dal suo attuale successore Al Sisi, il quale mai accetterebbe di aprire le frontiere a degli alleati dell’Iran. Dovendosi escludere anche il Libano in crisi permanente e la Siria sul cui futuro qualunque previsione risulterebbe azzardata, quali altre zone di smistamento resterebbero nell’area? Se si aggiunge che, fino a questo momento, nessuno ha interpellato gli abitanti di Gaza, il quadro è completato. E non è un quadro che induca all’ottimismo, se si considera che Trump non si smentisce mai. Dopo l’offerta di acquisto della Groenlandia, la provata unione del Canada nella sua personale cartina geopolitica, la tentata riappropriazione del canale di Panama e il nuovo rito battesimale del Golfo del Messico, adesso vuole trasformare Gaza in una Trump coast. L’obiettivo? Deportare due milioni di persone, situare delle Trump Tower sulle macerie e dar vita a dei resort sulle spiagge con vista mare in una zona di storiche guerre fra popoli e religioni. Se non fosse una follia, sarebbe una frase di cattivo gusto. Ma il palazzinaro che ora è alla Casa Bianca – che forse ha pensato questo intento mentre discuteva con Netanyahu – ha anche l’appoggio del Pentagono e del suo budget da 850 miliardi di dollari. Un dettaglio ‘esiguo’, che gli consente di lanciare sparate via via sempre più sconvenienti e di giocare a risiko con la vita degli esseri umani. E come sempre, c’è chi lo prende sul serio. Netanyahu, primo leader a rendere omaggio al neo presidente, spera di risolvere il problema palestinese. Peccato che Egitto e Giordania abbiano già rispedito la genialata al mittente. Gli alleati occidentali degli Usa sono ancora sotto trauma, mentre l’Arabia Saudita ripete che senza lo Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, con Netanyahu non ci si siede nemmeno a parlare. E poi c’è il retroscena. Meno di un anno fa, il genero di Trump, Jared Kushner, parlava del ‘prestigio’ delle proprietà sulla costa di Gaza. “A pensare male degli altri si fa peccato, ma sovente si indovina” diceva Andreotti. Se il Wall Street Journal ha scritto che la guerra commerciale dei dazi decisa da Trump “è l’idea più stupida mai sentita”, ora questa di Gaza come Riviera del Medio Oriente è la più stupida proposta di politica estera del secolo. Chi lo dice all’uomo che ora è nell’Ufficio Ovale che la Striscia di Gaza è una polveriera, intrisa di lacrime e sangue, di dolore, di sofferenza, di lutto, di rabbia, di rancore e di disperazione e che il risentimento dei gazawi sarà fuoco vivo per molte generazioni, difficilissimo da circoscrivere? Assodato che non lo farà Giorgia Meloni, che, nella eccitazione generale, si candida come ‘pontiera’ fra Washington e Bruxelles. Una figura utile, perché qualcuno deve pur dire a Trump che, dato che di ricostruzione di Gaza occorrerà continuare a discutere, c’è un nuovo fronte a cui sarebbe di vitale importanza destinare molti capitali economici e umani adeguati. Ma non con lo scopo di conquistare un successo economico – magari ricorrendo ad abusi, corruzioni, violazioni dei regolamenti edilizi e urbanistici – o con quello di fare l’ennesimo buco nell’acqua. Bensì, da sottoporre al controllo e alla gestione di un nuovo organismo internazionale veramente indipendente e affidabile. Chi, se non l’Unione europea e, in prima fila, l’Italia, potrebbe farsi carico di fondare una nuova “Custodia di Terra Santa” in cui abbia stabile dimora una politica della istruzione e di una cultura fatta di pace, di tolleranza e reciproca comprensione? In ogni caso, parlando di utopie, sempre meglio questa piuttosto che quella di chi ha ‘scambiato’ Gaza per una striscia di sabbia su cui costruire un grandissimo resort con vista mare. Magari con una spiaggia come il Twinga, da affidare al primo Briatore di passaggio.
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