Diocesi

Il card. Marcello Semeraro a Taranto per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto di Scienze religiose

foto G. Leva
11 Feb 2025

di Giada Di Reda

Riflessione, cultura, musica e preghiera hanno caratterizzato l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto di scienze religiose, momento fondamentale per l’impegno accademico-pastorale in cui è coinvolta, da sempre, tutta la metropolìa: erano presenti docenti, studenti, insegnanti di religione, operatori pastorali e rappresentanti delle tre diocesi.
Ad introdurre l’incontro, il direttore dell’istituto, don Francesco Nigro, che ha rivolto i saluti all’arcivescovo di Taranto, mons. Ciro Miniero, ai vescovi di Castellaneta e Oria, mons. Sabino Iannuzzi e mons. Vincenzo Pisanello, ai vescovi emeriti Filippo Santoro e Salvatore Ligorio, al preside della facoltà teologica pugliese Vito Mignozzi, nonché a tutti i docenti e gli studenti.
La cerimonia è proseguita con la preghiera iniziale e le letture introduttive tratte dalla Lettera di San Paolo apostolo ai Romani, e dalla bolla di indizione del Giubileo del 2025 di papa Francesco, Spes non confundit, intervallate dalle suggestive musiche dell’Orchestra della Magna Grecia, che hanno contribuito a rendere l’atmosfera ancora più suggestiva.

Momento centrale della serata la prolusione del cardinal Marcello Semeraro sul tema ‘Il giubileo e la Speranza: aspetti teologici e risvolti ecclesiali’, caratterizzata da innumerevoli riferimenti di carattere teologico, biblico e filosofico, con le interpretazioni di autori antichi e moderni, mettendo al contempo in luce l’urgenza della speranza in quello che è il tempo che stiamo vivendo.
Una speranza da intendere come slancio, attesa, dimensione essenziale per il cristiano, ha evidenziato il cardinale: “alla luce di ciò, è pure da comprendere il senso dell’attesa proprio di chi spera. Anche l’attesa, difatti, è un atteggiamento fondamentale della speranza cristiana. È ancora san Paolo, difatti, a parlare di «attesa della beata speranza» (cf. Tit 2,13). Ci sarà utile, in proposito, riprendere l’avvertimento dell’indimenticato prof. Antonio Pitta, biblista recentemente e immaturamente scomparso che tanto ha illustrato le nostre Chiese di Puglia. In quella che è praticamente l’ultima sua opera pubblicata, egli ha sottolineato l’originalità dell’uso paolino del verbo «aspettare» (prosdéchomai), dove l’attenzione è portata sulla persona che attende, descritta come uno che è in tensione, è proteso. La speranza, dunque, è slancio e questo contrasta con il nostro uso comune del verbo attendere che, contrariamente alla sua etimologia, ha ormai il senso prevalente dell’«aspettare» passivamente, sicché noi parliamo, ad esempio di «sala d’attesa».

Il richiamo, inoltre, alla speranza cristiana, che si distingue da quella umana in virtù del suo fondamento: essa si poggia su Dio e sulla sua promessa, non sull’uomo e le sue illusioni. Il rimando simbolico è l’àncora che rappresenta la certezza delle promesse di Dio, di cui ha parlato papa Francesco (udienza 26 aprile 2017). “La simbologia dell’àncora – ha spiegato il cardinale – nasce nel contesto di culture vitalmente legate alla navigazione e al mare: poiché ha funzione di tenere ferma la nave sia nel porto, sia in mare aperto ecco che l’ancora diviene un simbolo di salvezza, di speranza. È, però, nel quadro cristiano che la figura dell’àncora ha un ulteriore sviluppo. La si trova, infatti, nella Lettera agli Ebrei dove si legge che nella speranza noi «abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedek» (6,19-20). Ecco, allora, che san Tommaso d’Aquino sottolineerà la radicale differenza tra l’àncora marina e quella cristiana: «C’è differenza tra l’àncora e la speranza, perché l’àncora è gettata in fondo al mare, mentre la speranza è posta in cima, cioè in Dio. Infatti, nulla in questa vita presente è stabile, dove l’anima possa essere stabile e trovare riposo»”.
Il cardinale ha ricordato Pier Giorgio Frassati, quale esempio di speranza cristiana vissuta nel concreto: una vita dedicata ai poveri e agli emarginati, in azione e al servizio. Una speranza che può ritornare ad essere giovane e per i giovani.

A chiudere i lavori, l’intervento dell’arcivescovo, mons. Ciro Miniero, che si è soffermato sul valore dell’impegno accademico-pastorale, sulla formazione dei laici e sull’importanza di questi aspetti per la costruzione e il rafforzamento di una fede concreta e consapevolmente radicata nel tempo, per donare concretezza al cammino sinodale della Chiesa.
Mons. Miniero ha , infine, augurato un buon nuovo anno accademico con l’auspicio di un rinnovato e continuo impegno da parte di tutti i coinvolti.
La riflessione sul Giubileo è stata in questa occasione, una feconda occasione di unione tra fede e cultura, oltre che un impegno all’azione concreta, per rendere la speranza sì una virtù teologale, ma anche una prassi da attuare.

 

Il servizio fotografico è a cura di G. Leva

 

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