Quella telefonata, a chi allunga la vita?

È davvero molto complicato immaginare quale andamento imboccheranno i negoziati per finire la guerra in Ucraina che Trump e Putin hanno prefigurato con la loro lunga conversazione telefonica. Né quale ruolo spetterà da giocare a Zelensky, pronto – se è vero – a rinunciare a parte dei territori invasi dai russi con il conflitto di aggressione iniziato il 20 febbraio di tre anni fa, ossia proprio quello che, fino a qualche giorno fa, il governo di Kiev escludeva nel modo più assoluto che sarebbe mai avvenuto. L’aspetto drammatico dell’intera vicenda è che sullo sfondo, quasi in penombra, resta l’Ucraina. È noto ormai da tempo che Zelensky non viene accettato da Mosca come controparte legittimata dal voto popolare, perché il suo mandato è scaduto il 20 maggio dell’anno scorso, ma le elezioni sono proibite dalla legge marziale e precluse dalle condizioni di guerra. La Costituzione di quel Paese in queste circostanze accorda la proroga automatica dell’incarico e, a parte tutto, esiste anche una legge che proibisce ogni trattativa con Putin. A Zelensky appare ormai chiaro che la sua rimozione sembra imprescindibile per arrivare a qualsiasi tipo di pace, ma nel frattempo cerca di fare buon viso a cattivissimo gioco. Ha afferrato che a Trump l’Ucraina interessa solo per le terre rare che possiede e da cui vorrebbe recuperare quei cinquecento miliardi di dollari che – asserisce lui! – l’America avrebbe investito sull’Ucraina. Si mostra disponibile a parlarne, ma questo comunque semina lo sconcerto fra le truppe al fronte: una cosa è combattere e morire per la causa, tutt’altra è farsi ammazzare per garantire agli Stati Uniti il possesso di miniere in Ucraina. Un aspetto è evidente: l’Europa, o meglio, l’Unione europea deve al più presto abbandonare l’atteggiamento di chi “accede alla finale della guerra come ospitante”. Un secondo aspetto pare quasi altrettanto evidente: il vertice delle istituzioni dell’Unione europea e i diversi governi nazionali incontreranno enormi difficoltà a gestire la nuova situazione che si va configurando. Trump è stato molto esplicito: gli Stati Uniti delegano del tutto agli alleati europei della Alleanza atlantica il complicatissimo problema delle garanzie di sicurezza che Kiev dovrà ricevere per non essere esposta a nuove aggressioni da parte della Russia o, ancora, al ricatto di una loro sempre presente eventualità. Un’ipotesi che il cinismo dell’odierna amministrazione Trump non esclude affatto, visto e considerato che lui stesso ha buttato là quasi distrattamente una frase per gli ucraini spaventosa: non è detto che un giorno non si ritrovino a “essere russi”. Il modo in cui, secondo gli americani, e a loro modo i russi, intendono il futuro ruolo dell’Europa, intesa come Unione europea o insieme dei governi europei della Alleanza atlantica, è tutto da definire. Da quello che si è capito fino a ora – e che, probabilmente, Trump e Putin nel loro colloquio telefonico hanno già posato sul tavolo delle future trattative – sarebbe duplice. Da un lato, sarebbe la fornitura di una garanzia militare, cioè la minaccia di una risposta a possibili iniziative aggressive o concrete minacce della Russia. Questa risposta però – si sono affrettate a precisare delle fonti dell’amministrazione statunitense – non sarebbe fondata sull’articolo 5 della Nato, quello per il quale l’entrata in guerra di un paese dell’alleanza comporterebbe automaticamente la scesa in campo di tutti gli altri. Questa precisazione lascia intuire che si penderebbe piuttosto a impegni bilaterali di uno, due o più singoli paesi presi con l’Kiev. Qualcosa di simile, insomma, ai sistemi delle alleanze che si sono intessute in Europa dalla fine del diciannovesimo secolo fino al sorgere del dualismo Alleanza Atlantica – Patto di Varsavia. Già la costruzione di un sistema simile non si presenta per niente facile, tant’è che Zelensky ha proposto, sempre per garantire una seria ed efficace deterrenza, una barbara alternativa: il riarmo atomico dell’Ucraina. Ma ancora più complicato, però, sarebbe il secondo aspetto presumibilmente evocato da Trump con Putin: la creazione di una forza peacekeeping ai confini fra l’Ucraina – chiaramente ridimensionata – e la Russia composta soltanto da militari europei. La difficoltà di ottenere dai singoli paesi un numero di militari per questo bisogno, a cominciare dalle obiezioni che verrebbero dalle opinioni pubbliche, è solo un aspetto del problema. Al momento è difficile immaginare che l’attuale dirigenza russa possa accettare ai confini la presenza di eserciti e armi di paesi che hanno, fino a questo momento, sostenuto la resistenza degli ucraini, cioè proprio quello che è stato uno dei motivi, realmente il più elevato, che hanno comprovato l’occupazione del paese confinante. Come se ne esce? L’unica soluzione al momento immaginabile è che la forza militare di pace sia non di paesi europei ma una forza internazionale estranea rispetto ai paesi del conflitto. In altre parole, che l’attività di peacekeeping sia esercitata o dall’Onu o da un comando sotto la giurisdizione del Consiglio di Sicurezza. Sarà questa l’orientamento che sarà scelto dagli europei se effettivamente la convergenza di interessi fra le due figure più rilevanti della politica bullo-machista porterà a un tavolo negoziale? Sarebbe l’evoluzione più sensata, ma bisogna purtroppo riconoscere che il vento dei tempi spira da un po’ di tempo in senso inverso al riconoscimento della funzione degli organismi di controllo e di governo sovra – nazionale e inter – nazionale secondo il diritto e l’interesse della pace e della giustizia, a iniziare proprio dalla Organizzazione delle Nazioni Unite. Necessita, a questo punto, la speranza in un miracolo.
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